Quel dialogo sottile – parte IV –

ART FRANCESCHINI PARTE IVLa consapevolezza psicofisiologica per la relazione

Recuperare un ascolto più sottile di se stessi e dell’altro, sentire le emozioni e le variazioni fisiologiche con cui esse si esprimono è parte del training che da anni propongo agli educatori cinofili. Chiamo i miei corsi laboratori di consapevolezza psicofisiologica, perché le esperienze che propongo si prefiggono di incrementare la consapevolezza globale di sé. Nella relazione con il cane è fondamentale conoscere il linguaggio non verbale e essere consci della propria postura, intesa come incarnazione dell’immagine che abbiamo di noi stessi, dell’altro, della relazione con il mondo interno (le emozioni) e esterno (l’ambiente). Credo che questo lavoro sia una tappa basilare per chiunque voglia imparare a comunicare con gli animali e a costruire con loro un solido legame di attaccamento. Se vogliamo stabilire una connessione emotiva con l’altro dobbiamo sentire le nostre emozioni e imparare a parlare la loro lingua, fatta di parole incise nel corpo.

Per far capire ai miei allievi l’importanza di questo lavoro su di sé, spesso porto loro l’esempio di una situazione in cui vorremmo calmare un cane: è inutile dire verbalmente a un cane di stare tranquillo se il nostro livello di attivazione è alterato dalla paura o dall’ansia, perché è a quest’ultimo che l’animale presterà attenzione. Nel comunicare, la mancanza di consapevolezza psicofisiologica ci fa somigliare a una persona che non sa cosa sta dicendo. In una situazione simile, è fondamentale trasmettere tranquillità, cosa che succede se il nostro respiro è diaframmatico, cioè lento e profondo, se i muscoli del nostro corpo sono rilassati. In questo modo veicoliamo delle emozioni positive e ci poniamo in uno stato di apertura che ci consente di comprendere l’altro.

Le esperienze che possiamo fare per incrementare la consapevolezza psicofisiologica hanno a che fare con il respiro, il tono muscolare e, più in generale, con la postura. Un allineamento posturale ottimale garantisce l’equilibrio tra flessibilità e stabilità, qualità che possono essere riferite al piano fisico (un corpo agile e radicato), cognitivo (una mente aperta e ferma) e emotivo (delle emozioni vivide e elaborabili). Questa complessità spiega bene il senso del termine “psicofisiologico”: ogni tema psicologico trova un corrispettivo a livello fisico e viceversa, perché gli schemi motori, posturali e percettivi che utilizziamo per orientarci nel mondo sono un tutt’uno con le nostre rappresentazioni mentali e affettive. In virtù di questa connessione, che fa del corpomente un’unità indivisibile, nei laboratori che propongo diversi moduli sono dedicati all’osservazione dei modelli di attaccamento, che danno forma alle relazioni emotivamente importanti, tra umani e con i nostri compagni a quattro zampe. Ho chiamato questo metodo Il corpo in relazione, perché per diventare consapevoli di noi stessi abbiamo bisogno dell’altro: il corpomente si forma nella relazione e nella relazione si rivela.

 

Conclusioni

L’osservazione di sé e la condivisione delle proprie esperienze creano uno spazio di ascolto, in cui è possibile ricomporre la scissione tra la mente e il corpo affinchè l’una diventi lo specchio dell’altra. Quando questo succede, siamo un tutt’uno con le nostre azioni, emozioni e parole. La nostra comunicazione è chiara e coerente, sentiamo le emozioni che ci abitano e possiamo utilizzarle per relazionarci all’altro e per sentire cosa è bene fare, in modo da rivedere continuamente il nostro adattamento all’ambiente. Quando abitiamo pienamente il corpomente, scopriamo una saggezza che credevamo perduta. Il sé ci appare come un paesaggio dalle mille sfumature, che è in grado di accogliere l’altro, che è in grado di accogliere la vita.

 

Per saperne di più…

Alexander Lowen, La spiritualità del corpo, Ed. It. Astrolabio, Roma, 1991.

Daniel N. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, Ed. It. B. Boringhieri, Torino, 1987.

 

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